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occhi aperti
Sognare è un’attività notturna ma anche diurna e a volte è senza sosta. Non c’è tradizione che non metta in guardia contro il sognare a occhi aperti, il lasciarsi andare al potere suggestivo della fantasticheria. Ma fermare il flusso delle immagini, che ha la sua ragione d’essere, è un’impresa difficilissima, tanto che solo un dio riuscì a liberare Io prigioniera di Argo, addormentando uno dopo l’altro tutti i suoi cento occhi col più dolce dei suoni, cioè acquietando quell’attività incessante della coscienza che si nutre di sensazioni sia durante la veglia che durante il sonno. Come gli occhi di Argo che non si chiudono mai tutti insieme, quando qualcuno dei sensi è in attività gli altri tendono ad acquietarsi. Questo è il ritmo del loro lavoro: “occhi" che si aprono e si chiudono a seconda dell’intensità della sensazione che li colpisce e dei ritmi del giorno e della notte.
Quando stiamo per cadere dalla veglia al sonno, le “finestre” aperte sul mondo esterno cominciano a chiudersi contemporaneamente all’apertura di quelle interiori. E in questo dolce transitare nell’indistinto confine tra i due mondi ecco che le sensazioni interne si amplificano, si fermano i meccanismi astrattivi, si liberano le catene associative. Allora la mente comincia a vagare dietro le immagini veloci della fantasticheria. Immagini che traducono impulsi provenienti dalle viscere, dal palpito quasi impercettibile degli organi interni, oppure arrivano dalla memoria antica e recente o sono una contaminazione di tutto questo.(1)
Ma la mente comincia a vagare in uno stato vicino al sogno anche quando le sensazioni interne si amplificano come compensazione a un mondo che viene sperimentato come stimolo negativo, o quando viene meno la lucidità e l’autocritica perché lì, internamente, girano forti pulsioni emotive o viscerali, in definitiva quando aumenta l’isolamento per una qualsiasi soppressione sensoriale della realtà esterna.(2)
Il corpo parla attraverso le immagini
Molte delle immagini che scorrono sul nostro schermo mentale in qualunque ora del giorno possiedono un carattere contingente, transitorio. Il loro andare e venire dipende da ciò che le stimola sul momento: la fame o la sete, il freddo, il caldo, oppure i suoni, gli odori, i colori. La funzione delle immagini è muovere il corpo verso ciò che esso registra come piacere o distensione o allontanarlo da ciò che viene sentito come tensione o dolore. Tentando di svolgere questa funzione però il meccanismo può incontrare difficoltà e finire per bloccarsi a causa di qualcosa che tende a proporsi e a riproporsi nel tempo e che si impone in modo ripetitivo alla coscienza proprio nel tentativo continuo di scaricare un disagio, una tensione, un dolore.
È qualcosa generato da uno stato d’animo, un “clima fisso” che opera come una sensazione di sottofondo ed è così contaminante da tingere con il suo umore la realtà circostante. A volte siamo così rapiti da queste immagini da non riuscire a comprendere che quello che vediamo non è la realtà, ma uno dei tanti racconti allegorici che produce la nostra coscienza nel tentativo di risolvere un problema, sciogliere un nodo, produrre una distensione. Però quello che immaginiamo porta con sé cariche psichiche che operano a livello emotivo, viscerale, fisiologico.
Le immagini dalle quali siamo agiti
È evidente da tutto ciò che ognuno di noi vede il mondo con una dominante sottile: quella del proprio stato d’animo che opera come se fosse una lente colorata che filtra la percezione del mondo: gli affetti, le relazioni, i progetti e il valore che diamo a tutto questo che non è di certo lasciato alla meccanica del caso. Il riconoscimento di questo fenomeno permette di individuare le immagini dalle quali siamo agiti senza che ce ne rendiamo conto. Tutto ciò funziona sia per l’immaginario personale che per quello collettivo. Sappiamo anche che intere società, vivendo in un determinato momento storico lo stesso sentimento d’insicurezza, materiale e morale, si trovano a sognare per il loro futuro un’immagine simile di come uscirne:«In un grande insieme umano c’è accordo su un determinato valore quando le tensioni che i suoi componenti sperimentano sono simili. Queste sono caratteristiche che valgono non solo per un determinato individuo ma per tutti gli esseri umani».(3)
Pinocchio è una indovinatissima combinatoria di concetti in una sola immagine, per raccontare un individuo completamente agito dagli impulsi e dalla fantasticheria. Il suo vagare a zonzo saltando di situazione in situazione come se non avesse un centro di riferimento per cui gliene capitano di tutti i colori è proprio l’allegoria dello sciocco che va dietro a tutto quello che gli cade sotto i sensi.(4) È evidente la pericolosità di un comportamento del genere, perché niente nella vita di un burattino dipende dalla sua volontà.
Ma per quale motivo si scelgono queste immagini di stile allegorico, si potrebbe dire arcaico, per esprimere concetti a volte complessi e non invece, direttamente, un pensiero logico-razionale che appare più idoneo allo scopo?
- «Normalmente si crede che le immagini corrispondano solo al senso della vista mentre è vero invece che ogni senso produce il proprio tipo di immagini specifiche, grazie a questo abbiamo la capacità di rappresentare odori o di ricordare voci, indipendentemente dalla rappresentazione visiva» (SILO, Libro, 107). Le sensazioni che provengono dagli organi interni del corpo fuse insieme sono l’origine del cosiddetto “sentimento corporeo”. Il loro studio è stato a lungo trascurato a favore di quello dei sensi esterni. Utilissime indicazioni sul ruolo della cenestesia e della cinestesia nella produzione, deformazione e trasformazione delle immagini si trovano nei lavori di SILO, Opere 2. Su ↑
- Per capire quanto l’isolamento o l’amplificazione delle sensazioni interne possano alterare la percezione da svegli, può essere interessante valutare le esperienze di quella situazione “limite” che è la “camera di soppressione sensoriale” o “vasca del silenzio”. La persona messa in assenza di qualsiasi stimolo sensoriale esterno rimane senza riferimenti tattili forniti dalla pelle del corpo; venendo a mancare la divisione tra “esterno” e “interno”, le immagini mentali perdono la loro “frontiera” e vengono confuse con la realtà stessa (vedere «Psicologia dell’immagine» in SILO, Opere 1, 241 e sgg). La deprivazione sensoriale e le sue conseguenze sono un fenomeno ben conosciuto dagli antichi: deserti e caverne funzionavano da camera del silenzio. Qui avveniva la “lotta” e il “riconoscimento” di immagini che traducevano impulsi superiori rispetto a quelle provenienti, per esempio, dalla memoria o dal sistema vegetativo a causa dell’amplificazione dei sensi interni e si sapeva, ovviamente, anche come fermarne il flusso per accedere a una effettiva “realtà superiore”. Su ↑
- SILO, Libro, 248-249.Su ↑
- Secondo la classificazione di Thompson, che ha censito le “trame standard” delle fiabe universalmente conosciute, il numero di quelle che hanno per tema gli sciocchi e la loro dabbenaggine è straordinariamente grande in ogni parte del mondo. Ma questi racconti ci dicono che il problema di fondo del sempliciotto è lo strano rapporto che instaura con la realtà quando questa viene colorata in un modo eccessivamente soggettivo. Per una confusione della coscienza, che non sembra distinguere se stessa e i suoi contenuti dalla realtà esterna, specialmente quando questi ultimi hanno una carica molto forte, finisce per proiettare nel mondo umori e intenzioni che non ha. Così gli oggetti e gli animali cominciano ad acquistare qualità umane e una vita propria, oppure diventano “medium” capaci magicamente di realizzare sogni e desideri dello sciocco, come in questi esempi: «al proprio bue vengono attribuite qualità umane per cui il contadino lo manda a scuola perché impari a leggere e a scrivere, oppure dà la propria carne in pasto ai cavoli pensando che abbiano fame. Un altro sciocco vedendo la sua mucca ruminare pensa che l’animale voglia prendersi gioco di lui imitandolo, e lo uccide. Il contadino o la fanciulla fantasticando sull’oggetto che dovrebbe dar loro la ricchezza, ma completamente assorbiti dal loro sogno ad occhi aperti, finiscono per distruggere ciò che avrebbe formato la base della loro fortuna». (S.THOMPSON, La fiaba nella tradizione popolare, Milano 1994, 267 e sgg.).Su ↑